
Fai ciò che ti piace e non lavorerai nemmeno un giorno.
Il Judo è uno di quei percorsi che iniziano quasi sempre per gioco. Un bambino entra in Dojo per rotolare, correre, imitare i compagni, scoprire il proprio corpo. All’inizio non c’è agonismo, non c’è obiettivo; c’è solo la gioia del movimento e la magia di un ambiente che insegna rispetto.
È qui che nasce tutto, nella semplicità di un tatami che diventa un luogo sicuro, dove si impara a cadere e rialzarsi con il sorriso.
Con il passare degli anni, quel gioco si trasforma. Il bambino cresce, le caratteristiche fisiche migliorano, la curiosità aumenta. Le tecniche iniziano a prendere forma, a casa spuntano parole giapponesi, le prime garette che accompagnano gradualmente al sano confronto. Il judo rimane divertimento, ma diventa un divertimento con una struttura, con un senso in un contesto che man mano diventa sempre più familiare.
È in questa fase che molti scoprono se il judo è solo un’attività piacevole o qualcosa che accende una passione più profonda.
Poi arriva l’adolescenza, la prima vera scelta. Il judo non è più “una delle tante attività”: diventa un impegno, una disciplina in cui ci si misura con sé stessi, con la fatica, con la frustrazione, con la responsabilità. Arrivano le prime competizioni ufficiali, la preparazione atletica, la voglia di migliorare. Tutto contribuisce a formare il carattere.
Alcuni iniziano a immaginare un futuro agonistico; altri continuano per passione, ma tutti portano a casa una mentalità che va oltre lo sport diventando comunque uno stile di vita.
Quando si entra nel mondo agonistico vero e proprio, il judo diventa un progetto.
Gli allenamenti si intensificano, la programmazione annuale diventa parte della vita, la gestione del peso, della pressione degli obiettivi diventa quotidiana.
È un periodo in cui si capisce davvero se questa strada può diventare una professione.
Il Dojo, in questo momento, deve essere un luogo che aiuta ad orientarsi, a capire quale strada imboccare. Anche il maestro cambia forma, da insegnante diventa una guida.
Ed è qui che entra in gioco una possibilità che pochi immaginano davvero: trasformare il judo in un lavoro.
In Italia, questo avviene soprattutto attraverso i Gruppi Sportivi Militari, i percorsi federali nazionali ed internazionali. È un mondo impegnativo, selettivo e sicuramente non per tutti. Per chi ha talento, disciplina e determinazione, può diventare una strada straordinaria.
La mia esperienza nel Gruppo Sportivo Carabinieri
Io questa strada l’ho percorsa.
Entrare nel Gruppo Sportivo Carabinieri è stato uno dei passaggi più significativi della mia vita, non solo sportivo ma personale.
Ricordo perfettamente la sensazione di indossare la divisa dell’Arma ma soprattutto il judogi da professionista.
E’ stato come passare dal bambino che gioca col pallone in cortile a giocatore di serie A in una delle squadre più forti.
Ritrovarsi davanti, quelli che avevo sempre visto come grandi campioni inarrivabili, all’improvviso miei compagni di squadra e di vita. Sensazione difficile da spiegare a parole.
In più l’appartenenza ad un’istituzione storica, l’Arma dei Carabinieri.
La vita da atleta professionista è intensa e perfettamente organizzata. Le giornate scorrono tra allenamenti tecnici, preparazione atletica, studio degli avversari, fisioterapia, recupero.
È un ritmo che ti costruisce, ti dà disciplina ed attraverso i risultati e la riconferma di questi, ti costringe a crescere.
E allo stesso tempo ti offre qualcosa di unico: la possibilità di essere pagato per fare ciò che ami.
Non è solo uno stipendio.
È la conferma che la tua passione ha valore.
È la parte concreta che racchiude la frase che apre questo articolo:
“Fai ciò che ti piace e non lavorerai nemmeno un giorno”.
Nel Gruppo Sportivo Carabinieri ho vissuto esperienze che mi hanno formato come atleta e come uomo. Viaggi nei posti più incredibili, gare internazionali, vittorie, sconfitte, compagni che diventano fratelli.
Ho imparato cosa significa davvero impegno, dedizione, sacrifici oltre ogni limite, spirito di appartenenza.
E ho capito che il judo può essere molto più di uno sport, può essere una professione, una strada di vita.
Una giornata tipo da atleta professionista
La routine è rigorosa, ma è proprio questa struttura che permette di competere ai massimi livelli.
Sveglia al mattino presto.
Sessione mattutina: allenamento di Judo.
Pranzo.
Sessione pomeridiana: preparazione atletica.
Pausa e recupero.
Fisioterapia nel momento del bisogno.
Cena.
Riposo e qualche volta un po’ di svago.
È una vita impegnativa, ma è anche una vita piena, ricca, significativa.
Cosa può offrire davvero questa strada
Scegliere il judo come professione significa accedere a:
– stabilità economica
– allenamenti quotidiani di altissimo livello
– opportunità internazionali
– crescita personale e caratteriale
– la possibilità concreta di vivere della propria passione
Non è una strada per tutti, ma è una strada possibile, soprattutto, è una strada che può cambiare la vita.
Non tutti diventeranno professionisti, ed è giusto così.
Ma tutti, davvero tutti, possono crescere grazie al judo.
Il tatami è un luogo dove un bambino impara a conoscere sé stesso, dove un adolescente costruisce il proprio carattere e dove un adulto può trovare una strada, un’identità.
Per chi ha talento, determinazione e un Dojo che lo accompagna, il judo può diventare una professione.
Per tutti gli altri, rimane una scuola di vita che lascia un segno indelebile.
Fabrizio Piatti






































































































